Abacena: gli scavi archeologici

L'antica cittÓ di Abacena

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Abacena, dal greco Abakainon, è l’unica città della provincia di Messina di cui si conosce la sua ubicazione e il luogo in cui sono sepolti i suoi ruderi. Il sito della città corrisponde alla frazione di Casale, subito a settentrione dell’attuale di Tripi, su un altopiano che dai Monti Nebrodi si estende verso il mare. Questa zona pianeggiante era una fortezza indifendibile compresa tra le valli del torrente Novara ad est e del suo affluente Tallarita ad ovest e a nord dal pizzo Cisterna.

La sua posizione era strategica. Infatti il percorso più facile e breve per collegare la riviera ionica della provincia di Messina con quella tirrenica, aveva inizio da Giardini Naxos, procedeva fino a Francavilla di Sicilia, continuava sui Peloritani fino a Portella Mandrazzi e scendeva lungo il torrente Mazzarrà – Novara verso la costa: Abacena aveva la possibilità di controllare dall’alto della sua sede il minimo movimento in essa.

Nel 262 a.C. Abakainon fu occupata dai Romani che la elevarono a "municipium" e la chiamarono Abacaenum o Abacaena. Abacena si sottomise spontaneamente ai nuovi arrivati e, pur perdendo l’indipendenza, continuò a conservare la sua prerogativa di laboriosa città dedita alla coltura dei campi, all’allevamento del bestiame e ai commerci, godette di grande splendore, conobbe il benessere economico e, a partire dal V secolo a. C., possedette ed esercitò il diritto di coniare monete nella sua zecca. Purtroppo, dopo varie vicissitudini, scomparve.

Gli storici su questa città non ci hanno lasciato nulla, si hanno soltanto alcuni cimeli che testimoniano la sua esistenza. Di Abacena, oltre alle monete, rimangono mura, resti di abitazioni ellenistiche e romane, tombe, terracotte, armi ed altri oggetti, che testimoniano l’alto grado di civiltà raggiunto dagli Abacenesi quattro-cinque secoli a.C. e che sono conservate all’interno del Museo Archeologico “Santi Furnari” di Tripi e anche in altri musei del mondo.

E’ stato Tommaso Fazello, uno dei più grandi storici della nostra isola, ad effettuare intorno al 1550 la prima ricerca archeologica. Nel suo libro, pubblicato nel 1558, egli afferma di essersi recato a Tripi, nei cui pressi, a nord- est del castello, vide i resti di una vecchia e grande città, non riuscendo però a identificare di che città si trattasse. In epoche successive, nel corso di alcuni lavori agricoli effettuati dagli stessi proprietari terrieri, sono stati ritrovati alcuni oggetti che lasciavano intuire una città sepolta: si trattava di monete d’argento e di bronzo, anfore, frammenti di ceramica, ed altri corredi di grande valore storico-archeologico. In seguito sono state eseguite altre due campagne di scavi a cura della Soprintendenza Archeologica di Siracusa, una nel 1952 e l’altra nel 1961, affidate rispettivamente a François Villard e Madeleine Cavalier. Nella prima campagna, in contrada Piano, sono stati trovati resti di una villa romana, fra cui tre pezzi di colonne, un torso di statua priva di testa ed altri oggetti; in contrada Currao a seguito dell’individuazione di una necropoli sono state rinvenute altre monete. In seguito sono state ritrovate l’agorà, una strada lastricata, colonne di pietra, colonne formate da anelli di argilla sovrapposti e un focolare dell’epoca romana.

La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, ha ripreso nel 1994 la campagna di scavi in un vasto settore della necropoli greca sita in contrada Cardusa. In quest’ultima campagna, considerata di grande rilevanza, per i "tesori" rinvenuti, sono stati portati alla luce circa ottanta sepolture, databili tra la fine del IV e l’inizio del II secolo a.C.; in genere sono molto ben conservate, realizzate con cura ed impegno, alcune spiccatamente monumentali. Il rito funerario prevedeva, come di consueto a quell’epoca, sia l’inumazione che l’incinerazione del cadavere.

La sepoltura vera e propria è per lo più costituita da una fossa, più di rado da una cassa di lastroni in pietra locale; è sempre sormontata da un epitymbion, costituito da dado portastele e stele, su cui veniva inciso, in caratteri greci, il nome del defunto solo o accompagnato da frasi, come ad es. kaire, oppure da epiteti che richiamavano la sua appartenenza ad un gruppo familiare e il suo mestiere. Fonti preziose di notizie, si sono rivelati i corredi delle tombe, che oltre agli elementi di ceramica, hanno restituito un numero di lavori di oreficeria particolarmente raffinati: diademi, collane, anelli con castone, orecchini, bracciali, che denotano una certa ricchezza dei defunti. Sono stati inoltre rinvenuti alcuni specchi circolari in bronzo, una situla bronzea, armi in ferro ed alcune monete. Questi ultimi risultano coniate a nome della stessa città, elemento questo che sta ad indicare che Abacena era una zecca a se stante, e non adottava monete coniate a nome di altre città, quali Messana e Siracusa.

 

 

 

 

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