Il Castello di Brolo

Storia e Leggenda

L’attenzione si rivolge a quei merli ghibellini che con il loro profilo a coda di rondine coronano in alto, molto in alto, un esile maestoso elegante torrione che si eleva a sfidare il cielo come un’invocazione all'eternità. E la torre conosciuta prima come ”Voab” nel 1094 ed ancor prima, forse edificata in quel sito che geografi arabi dissero “Marsa Dà- liah” il "porto della vite” pare per il caricatoio che nel tempo rese nota la località.

Basata su forte scarpa da due lati e aperta ad un terrapieno dagli altri, la torre parallelepipeda è affiancata e caratterizzata da un torrino scalare cilindrico che intersecandosi alle murture consente l’accesso alle varie elevazioni ed al terrazzo merlato, dove un tempo attenti sguardi scrutavano l’orizzonte pronti ad esplodere un colpo o ad accendere un fuoco e scampanellare per segnalare l’imminente pericolo di un’incursione piratesca.

Sulle pareti, multiformi finestre permettono la luce e lo sguardo, mentre uno spropositato balcone d’onore sorretto da cinque mensoloni pare aspettare l’affacciarsi del nobile signore di turno, pronto a proclamare alle genti ed a volgere lo sguardo al feudo.

All'interno una splendida sala di rappresentanza si conclude in ardita volta gotica le cui vele si inscrivono entro emergenti costolonature concludentesi nel concio di chiave che ostenta lo stemma nobiliare dell’antica prosapia dei Lancia di Brolo, venuti dal Piemonte in Sicilia ai tempi degli Svevi e discendenti da Galeotto e Gubitosa d'Aquino, nipote dell’imperatore Federico II e sorella del filosofo San Tommaso d’Aquino. Con l'Imperatore poi il legame si stringe con il suo matrimonio con Bianca Lancia, prossima alla morte, dalla quale aveva prima avuto Manfredi. Da questo legame sulla porta della cinta muraria di Brolo, quasi cancellata dal tempo, la scritta “Imperium Rexit Blanca - Hoc e Stipite Natus Manfredus Siculus Regia Sceptra Tulit”. Sulla seconda porta invece a ricordo di Corrado III che nel 1404 veniva dichiarato “maior ac pricipalior de domo Lancea”, nel marmoreo bianco scudo si legge ancora oggi ”Principalior Omnium”.

Ai fasti della storia e della nobiltà una leggenda si affianca a colpire la fantasia dei vecchi pescatori, che oralmente tramandano la storia di "Maria la bella” che da una finestra del Castello sospirava l’arrivo dello spasimante. Questo venuto dal mare in barca, scalava le rocce per aggrapparsi alle bionde chiome di Maria e segretamente amarla. Avvedutosi del fatto il principe fratello, in una notte cupa, accecato dalla gelosia, lavò l’onore appostandosi sul bianco scoglio antistante, per questo detto “plorau” o del pianto, uccidendo il pretendente e messolo in un sacco e legato ad un masso lo calò in mare. Le invane attese di Maria la bella, i sospiri, i pianti, causarono anche la morte di lei. Il fantasma di lui appare ancora nelle rotte ai pescatori augurando “juta e vinuta, bona piscata” e se il tempo è inclemente avverte ”Isati li riti! Viniti, turnati!"